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"Educare al senso morale"
Relazione nell’ambito del ciclo di incontri "Crescere insieme genitori e figli"
Cinema Bellinzona, 20 ottobre 2005


Inizio molto semplicemente spiegando i due termini che compongono il titolo di questa conferenza. Saranno due premesse necessarie prima di entrare in medias res.

01. Inizio a spiegare cosa intendo per "senso morale". Esiste un senso che mi fa distinguere i sapori: è il senso del gusto; esiste un senso che mi fa distinguere i colori: è il senso della vista. E così via. Esiste un "senso morale" che mi fa distinguere …? Cercherò in questa prima premessa di rispondere a questa domanda, e lo faccio partendo da un esempio.

Se ci trovassimo di fronte alla Pietà di Michelangelo in S. Pietro ed uno ci chiedesse: che cosa è? Noi potremmo dare due risposte. È un "pezzo di marmo": è una risposta vera. Se facessimo un’analisi chimica risulterebbe che è un pezzo di marmo. È una "bellissima opera d’arte": è un risposta vera. Le due riposte divergono poiché la seconda afferma la presenza in quel pezzo di marmo di un valore estetico, di una bellezza artistica che lo configura e lo trasfigura in modo tale da rendere quel pezzo di marmo assolutamente unico: dotato di una preziosità unica.

C’è un’altra osservazione da fare, assai importante. La prima risposta non è falsa, ma essa denota quella realtà di fronte alla quale mi trovo solo nel suo puro esserci, nella sua semplice fatticità. La seconda la denota nel suo valore e nella sua preziosità. La prima è una risposta descrittiva; la seconda è una risposta valutativa. Insomma, questo esempio ci fa cogliere una distinzione assai importante per la nostra riflessione: la distinzione fra essere e valore, Fra ciò che è e il valore di ciò che è.

Una persona può essere incapace di cogliere il valore artistico della Pietà di Michelangelo. Diremmo che manca di senso estetico: è incapace di discernere ciò che è artisticamente bello da ciò che è brutto o comunque privo di valore artistico.

Ora chiediamoci: le azioni umane, più precisamente le scelte libere che noi compiamo hanno un valore loro proprio? Loro proprio significa: tutte e solo le scelte libere posseggono questo valore.

Riflettiamo sulla nostra esperienza quotidiana. Pensiamo alla scelta compiuta da p. Massimiliano Kolbe di sostituirsi ad un condannato innocente e di prendere il suo posto nel forno crematorio. Pensiamo ad uno che ha commesso un grave delitto e vede condannato un innocente al suo posto senza che egli confessi. Confrontiamo le due scelte. Noi scorgiamo una differenza essenziale fra esse, ben più profonda della differenza fra un pezzo di marmo e la Pietà di Michelangelo. Nella scelta di p. Kolbe noi scorgiamo una grandezza, una bontà, una bellezza che la rende degna di un rispetto e di una venerazione assoluti. Nella seconda scelta noi scorgiamo una pusillanimità, una malizia, una bruttura che suscita in noi come una specie di repulsione.

Questo esempio ci ha fatto capire una verità assai importante: le nostre scelte possono avere in sé una valore che non è riducibile al valore del piacere, dell’utilità, della forza fisica. È un valore che possiamo trovare solo in esse: nessuno dice che un cane ha compiuto una scelta giusta o ingiusta. È un valore che troviamo in ogni scelta libera non solo umana: anche nel Signore noi diciamo che agisce con bontà e misericordia. È un valore di cui solamente la persona è responsabile: nessuno ritiene la persona responsabile di non sapere scrivere poesie, mentre la ritiene responsabile di un atto di furto. È un valore che è necessario possedere: nessuno condanna una persona perché non sa scrivere poesie, ma se commette un furto.

Il senso che mi fa distinguere i colori è il senso della vista; il senso che mi fa distinguere un’opera [musicale, poetica…] bella da un’opera brutta è il senso estetico; il senso che mi fa distinguere un’azione buona da un’azione cattiva è il senso morale. È il senso morale che mi fa discernere se in una possibile scelta che sto per compiere è presente il valore morale di cui ho parlato.

Vorrei ora fare una precisazione che però non è così facile da comprendere, ma è troppo importante per essere tralasciata. Parto ancora da un esempio. Come noi sappiamo ciò che fa distinguere i colori è la luce: al buio nessun occhio per quanto sano distingue i colori. Possiamo dunque dire che l’occhio vede la luce e nella luce i colori. Non sono due atti visivi separati: vedo nello stesso tempo luce e colori.

Avviene così anche nella nostra vita spirituale [è questo il passaggio difficile]. Ciò che ci fa distinguere un scelta giusta e buona da una scelta ingiusta e cattiva è l’intelligenza, è la visione che ho del bene come tale e quindi per contrario del male. La luce non è colorata; se lo fosse non vedrei più i colori. La visione spirituale di cui parlavo fa vedere il bene, non questo bene, il bene come tale. Quindi in questa visione ed a causa di questa visione quando devo prendere una decisione, so se è buona o cattiva.

Questa visione spirituale è una capacità naturale della nostra ragione. Essa è fatta in modo tale da sapere che cosa è il bene e che cosa il male. Questa naturale capacità della nostra ragione è il senso morale.

Siamo arrivati alla fine della prima premessa. Ci eravamo chiesti che cosa è il senso morale. Risposta: è la naturale capacità della nostra ragione di discernere la bontà/ il valore morale dalla malizia/ dal disvalore morale.

È quella "luce" nella quale e mediante la quale la persona può discernere le azioni buone dalle azioni cattive.

02. Ora spiego brevemente il primo termine: "educazione". È più facile in prima battuta il concetto di educazione. È quel processo mediante il quale una persona – l’educatore – guida un’altra persona – l’educando – alla piena maturazione della sua umanità e delle sue capacità. Parlare dunque, come inizieremo a fare subito, dell’educazione del senso morale significa portare a perfezione la naturale capacità della ragione dell’educando di discernere il bene dal male. Se l’educazione morale riesce ho generato una persona – come si dice – di grande "finezza morale": una persona che si sente profondamente attratta da tutto ciò che è buono, giusto, nobile; e profondamente respinta da tutto ciò che è cattivo, ingiusto, ignobile.

Noi ora dobbiamo fare alcune riflessioni su questo mirabile e difficile processo educativo.

1. Partiamo da una constatazione assai importante. Avviene nella educazione del senso morale quello che avviene in medicina quando ci ammaliamo. Le medicine che noi assumiamo aiutano la natura, aiutano le funzioni naturali. Il ricupero della salute quindi è opera sia della natura sia delle medicine.

Ogni persona umana possiede come in seme il senso morale, e quindi la capacità di discernere ciò che è bene da ciò che è male. Tuttavia il seme ha bisogno di essere … irrigato; il terreno in cui è piantato ha bisogno di essere coltivato. In una parola: il senso morale ha bisogno di essere educato.

Questa osservazione è di importanza decisiva per evitare due errori fatali: l’errore dello spontaneismo; l’errore dell’autoritarismo. Un processo educativo autentico è quello che sa muoversi fra questi due scogli. Ritorneremo su questo punto.

2. C’è un momento in cui il senso morale, la capacità di vedere il bene, comincia a funzionare? Un momento in cui, per così dire, la luce si accende?

Questo momento esiste e costituisce uno dei più grandi avvenimenti che accadono nel nostro universo. Ciascuno di noi arriva in questo mondo come un estraneo in una regione completamente sconosciuta. L’estraneo in queste condizioni si fa subito due domande: dove sono arrivato? L’ambiente in cui mi trovo mi è favorevole o nasconde pericoli?

Ogni persona che giunge in questo mondo si fa queste due domande fondamentali: che cosa è questo universo in cui sono arrivato? È la domanda di verità. L’altra domanda è: questo universo in cui mi trovo è buono o è ostile? E’ la domanda circa il bene. Ci fermiamo a considerare la seconda.

Il bambino trova la sua risposta all’interno del rapporto interpersonale in cui entra dal momento del suo concepimento ed ancora più della sua nascita, quello coi suoi genitori. Un grande poeta latino rivolgendosi al bambino appena nato gli dice: "incipe, parve puer, risu cognoscere matrem". Fra le molte persone che lo circondano egli ne riconosce "una fra tutte" dal modo cioè con cui gli sorride, cioè dal modo con cui lo accoglie. È l’esperienza vissuta, non ancora pensata, di essere il ben-venuto che dona alla nuova persona la possibilità di percepire la bontà del suo esserci, o meglio di percepire che il suo esserci è buono, dotato di un valore che gli altri gli riconoscono. Ricordate l’esempio della luce e dell’occhio. È l’occhio che ha la capacità visiva, ma se non è illuminato dalla luce non può esercitarla. È la ragione dell’uomo che ha la capacità di percepire il bene, ma è la luce dell’accoglienza che la mette in esercizio.

È questa luce che deve accompagnare poi il bambino nella sua infanzia, lungo le varie tappe della sua vita, fino alla maturazione. Detto in altri termini. È all’interno di una relazione di amore che la persona da educare percepisce il bene: non solo sa di esserci, ma anche vede il bene, il valore che è intrinseco al suo esserci.

3. È precisamente a questo punto che entra in gioco decisivo l’opera dell’educatore: decisivo, perché è a questo punto che si immunizza o non la persona dall’insidia esiziale del relativismo morale.

Quell’originaria esperienza di cui parlavo nel punto precedente è "ambigua": il bambino può intendere il bene come ciò che è "bene per me" e non giungere mai a vedere il "bene in sé". Perché l’intendimento, il senso morale prenda la seconda via è necessaria l’educazione morale: lo "essere ben guidati nei costumi", come scrive Aristotele. Sia chi non è stato educato, sia chi è stato educato male, rischia di non essere in grado di cogliere il bene in sé, ciò che è bene per se stesso, ma solo ciò che è utile o piacevole. "L’educazione, allora, è necessaria come via maestra per arrivare alla verità, anche se poi ciascuno ha gli strumenti per percorrerla. Funziona da bussola non da mezzo di trasporto. Il viaggio è a carico dell’interessato" [P. Premoli De Marchi, Etica dell’assenso, Franco Angeli, Milano 2002, pag. 261].

L’educazione del senso morale opera nei confronti dell’educando a due livelli strettamente correlati. E ciò a causa della natura propria della verità pratica.

Partiamo da un’esperienza umana molto semplice. Esistono due tipi di conoscenze e quindi di verità conosciute. Ci sono conoscenze tese a verità che conosciute non hanno nessuna rilevanza in ordine all’esercizio della nostra libertà. Un solo esempio: sul pianeta Marte esiste/non esiste qualche forma di vita? Sia la risposta affermativa che negativa non ha nessuna rilevanza sull’esercizio della mia libertà, sull’assetto fondamentale della mia vita. Le chiameremo "verità puramente formali".

Ci sono però conoscenza tese a verità che conosciute hanno una grande, perfino decisiva rilevanza circa l’esercizio della nostra libertà. Un solo esempio: esiste/non esiste una vita dopo la morte? L’assetto che uno dà alla vita cambia a seconda che risponde negativamente o affermativamente a questa domanda. Chiameremo queste verità "verità formali-esistenziali". Le verità morali, le verità circa ciò che è bene/male appartengono a questa seconda categoria.

Chiediamoci ora se la trasmissione della conoscenza delle verità formali a chi le ignora ha la stessa natura e logica della trasmissione delle verità formali-esistenziali e quindi delle verità morali.

Se facciamo un po’ di attenzione alla nostra vita spirituale, vediamo che si tratta di due modi diversi. Partiamo da un esempio.

Se comperate una lavatrice vi danno il libretto delle istruzioni di uso. Di fronte a queste istruzioni, una persona normale non muove obiezioni. Le ritiene vere: dona cioè il proprio assenso. Ma queste istruzioni diventano guida per l’uso che faccio della lavatrice, solo se effettivamente metto in movimento la macchina perché devo lavare. Questo atto della volontà che trasforma le istruzioni in guida effettiva del mio agire è il consenso. Provate a riflettere con attenzione su questo esempio.

È molto più "facile" dare l’assenso che il consenso: assentire che consentire. Infatti il consenso presuppone certo l’assenso, ma anche che io abbia un "interesse". Il consenso pertanto è molto più esposto alle influenze extra-razionali a causa del coinvolgimento pratico della persona.

Le verità "formali-esistenziali" in genere, ed in particolare le verità morali sono precisamente quelle verità che chiedono di diventare princìpi normativi della libertà della persona: chiedono non solo il nostro assenso, ma anche il nostro consenso.

In sintesi. Educo la persona nel suo senso morale istruendolo nella verità circa il bene e motivandolo a consentire alla verità trasmessa mediante la testimonianza della vita. È attraverso la coniugazione simultanea di istruzione-motivazione-testimonianza che il senso morale viene educato. Vi mostro la necessità di tutti quei momenti da due episodi evangelici: il dialogo fra Gesù e gli apostoli dopo la moltiplicazione dei pani [cfr. Gv 6,67-70] e l’incontro di Gesù col giovane ricco [cfr. cfr. Mc 10,17-22]. Pietro ha visto in Cristo l’unica possibilità concreta di esistenza vera, eterna; il giovane ha confrontato la possibilità prospettata ed incarnata in Cristo e la possibilità reale offertagli dalle ricchezze. Il primo ha consentito a Cristo; il secondo ha consentito alle ricchezze.

La forza attrattiva della verità si realizza pienamente grazia al fascino che emana da coloro che vivono conformemente ad essa e ne fanno vedere la bellezza, come tutti i grandi maestri dello spirito hanno insegnato.

4. Ma non voglio tacere sopra una verità drammatica: la persona umana può rifiutarsi alla verità e può scegliere le tenebre piuttosto che la luce.

Quattro sono soprattutto le cause principali che possono impedire, bloccare l’assenso ed il consenso alle verità morali. La prima è costituita dal fatto che la "forma mentis" di chi ascolta, il "paradigma interpretativo" di cui fa uso nel suo approccio alla realtà, è contrario, non solo diverso, a quanto l’educatore trasmette. Si pensi alla influenza negativa che sul giovane possono esercitare certi mezzi di comunicazione. La seconda è costituita dalla "tentazione di alleggerire il carico". Non volendo vivere come la verità sul bene chiede, si finisce col ridurre la verità alla misura del nostro vivere. La terza è costituita dall’orgoglio che impedisce di ammettere che la vita finora vissuta è sbagliata. La quarta è dovuta a quella sorta di torpore intellettuale che può giungere fino alla cecità interiore che impedisce di andare oltre al piacere e all’utile (Tommaso dice che questo è normalmente conseguenza del disordine in ambito sessuale) [cfr. J. Finnis, Gli assoluti morali, ARES ed., Milano 1999, tutto il cap. primo].

Conclusione

Sono sempre più convinto della bellezza, della grandezza dell’opera educativa così come della sua drammatica urgenza. È solo con un forte impegno educativo che si ricostruisce la vita buona di cui oggi la società civile ha un così urgente bisogno. È la più profonda esigenza dell’uomo: è ad essa che risponde l’educatore del senso morale.