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Prima Domenica di Avvento (Anno C)
Pian di Venola, 29 novembre 2009


1. Cari fratelli e sorelle, oggi nella Chiesa è il primo giorno dell’anno. Oltre che l’anno civile, quello che inizia il primo gennaio e che misura il tempo di credenti e non credenti, per noi credenti esiste l’Anno liturgico.

Che cosa è l’Anno liturgico? È il modo proprio della Chiesa di vivere dentro al tempo, che consiste nel fare memoria della vita, morte, risurrezione del Signore Gesù. Noi giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese celebriamo tutti i misteri del Signore: dalla sua nascita alla sua venuta gloriosa. In questo modo Cristo ci redime e noi diventiamo sempre più conformi a Lui.

L’Anno liturgico inizia col tempo di Avvento. La parola significa "venuta". Di chi? Del Signore Gesù. Quando? Alla fine della storia e del mondo. Come? Gloriosamente e come giudice che "metterà a posto le cose". E pertanto, carissimi, la Chiesa inizia l’Anno liturgico invitandoci a fissare lo sguardo, a dirigere il nostro spirito vero l’avvenimento finale, conclusivo di tutta la nostra vicenda umana.

La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci aiuta ad entrare in questa attitudine di attesa.

Partiamo dall’ascolto della parola di Gesù: "State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso".

Cari fratelli e sorelle, Gesù ci mette in guardia dal rischio supremo: quello di ritenere che, e di vivere come se tutta la nostra vita si concludesse totalmente colla morte. Chi vive senza speranza, senza attesa di un "al di là della vita attuale", inevitabilmente è totalmente preso – Gesù dice: ha il cuore appesantito – da tutto ciò che riguarda questa vita.

Carissimi, l’errore di ritenere che tutto alla fine si conclude colla morte; che non ci sia un giudizio di Dio sulla nostra vita, è il peggiore errore. Perché? Come dice Gesù, ci impedisce di avere la forza "di comparire davanti al Figlio dell’uomo".

Come ci si libera da quell’errore? Ce lo insegna ancora Gesù, nel santo Vangelo, e l’apostolo Paolo nella seconda lettura.

"Vegliate e pregate" ci esorta Gesù. La vigilanza indica l’attitudine di chi è consapevole che in qualunque momento può comparire davanti al Signore. La preghiera significa la richiesta della forza "di comparire, davanti al Figlio dell’uomo".

L’apostolo Paolo desidera che affrontiamo il "momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi" con un cuore "saldo ed irreprensibile": cioè senza paura e con serenità. Come possiamo? Nel modo seguente: "crescere ed abbondare nell’amore vicendevole"; ed anche vivere secondo i santi precetti del Signore.

2. Cari fratelli e sorelle, il Signore ha voluto che io venissi a visitarvi all’inizio dell’Anno liturgico. Non è una coincidenza priva di significato.

Il Vescovo è venuto fra voi in primo luogo per ravvivare la vostra fede nel Signore Gesù: in Lui che verrà a giudicare la vostra vita.

Ma Egli vi dona il tempo perché possiate crescere nella fede, e quindi nella comunione con Lui. Il modo fondamentale è l’istruirvi nella dottrina della fede, e la partecipazione festiva all’Eucaristia. Non vivete, carissimi, ignorando la grandezza dei doni che il Signore ci ha fatti. È come se un bambino ricevesse in eredità un grande patrimonio: non ne può apprezzare il valore.

Ugualmente è nella partecipazione all’Eucaristia festiva che noi entriamo in possesso dei grandi doni che il Signore intende farci.

"Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso" fin da bambini "come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate: cercate di agire sempre così". Infatti "tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia".