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Solennità della Beata Vergine di San Luca
Cattedrale di San Pietro, 21 maggio 2009


1. Accogliamo la visita che la Madre di Dio compie oggi al nostro Presbiterio colla stessa esultanza e lo stesso stupore di Elisabetta: "A che cosa dobbiamo che la madre del nostro Signore venga a noi?". Sì, cari fratelli, sta accadendo in mezzo a noi, dentro al nostro presbiterio, un evento di grazia: ci ha visitato la Madre di Cristo.

Perché evento di grazia? Perché Maria – come è prefigurata nella prima lettura – è l’Arca della Alleanza in cui è presente Cristo stesso. Visitando oggi il nostro Presbiterio, Ella ci porta il Signore, come lo portò nella casa di Elisabetta. Non perché prima di ora Egli fosse assente da esso, ma la visita di Maria fa sì che la Presenza di Cristo sia più penetrante, più – mi si perdoni la parola – invasiva del nostro Presbiterio e di ciascuno di noi.

Che cosa significa questo che vi sto dicendo? La presenza di Cristo è creativa della nostra comunione presbiterale, poiché Egli ci attira dentro al suo atto oblativo: ci rende partecipi della sua stessa carità pastorale.

La presenza di Cristo nel nostro presbiterio raggiunge pertanto il suo culmine quando concelebriamo, come ora stiamo facendo, la Santa Eucarestia. È in essa infatti e mediante essa che il Signore ci rende partecipi del suo Spirito che ci unifica e ci invia in missione. Ed anche quando celebriamo l’Eucarestia fisicamente separati gli uni dagli altri, lo facciamo sempre in comunione col Vescovo, centro visibile dell’unità del presbiterio, e "con tutto l’ordine sacerdotale".

"E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore" dice Elisabetta a Maria, enunciando la prima beatitudine del Nuovo Testamento. Elisabetta sa che la presenza del suo Signore nel grembo di Maria, è stata resa possibile dalla fede di Maria. Come amavano pensare i Padri della Chiesa, Ella è diventata madre più per la sua fede che col suo corpo. In Lei troviamo eminentemente attuato quell’ "ossequio dell’intelletto e della volontà nel quale la persona consegna liberamente a Dio se stessa", che secondo l’insegnamento del Concilio definisce la fede.

Anche la presenza di Cristo nel nostro presbiterio è condizionata dalla nostra fede. Mi piace allora sottolineare due caratteristiche di un presbiterio che assume, come deve, la fede come criterio interpretativo della sua vita e del suo ministero. Le due caratteristiche sono la novità e l’antitesi.

La novità. Durante questo anno è stato Paolo il nostro compagno di viaggio. Quanto egli ci è stato maestro nel guidarci a capire che chi è in Cristo è una nuova creatura! Egli distingue con grande forza i criteri interpretativi della vita propri dell’"uomo psichico" e quelli propri dell’ "uomo spirituale". E conclude: "quanto a noi, possediamo il pensiero di Cristo". Il nostro presbiterio deve vigilare ogni volta che ci incontriamo sul "reale pensiero" che abbiamo e manifestiamo.

Come ci ammonisce S. Ilario: "Non est humano aut speculi sensu in Dei rebus loquendum … Quae scripta sunt legamus, et quae legerimus intelligamus, et tum perfectae fidei officio fungemur" [De Trinitate VIII, 14; SCh 448, pag. 393]. È la quotidiana, prolungata lettura e meditazione della S. Scrittura la via al "pensiero di Cristo".

L’antitesi. L’esistenza credente non è semplicemente parallela all’esistenza non credente: non è semplicemente uno stile diverso di vita. C’è una incompatibilità fra il logos della fede e il logos del mondo. Cari fratelli, quanto deve essere grande la nostra vigilanza, e continua, perché il nostro presbiterio sia immunizzato dal logos del mondo! Ed esso vi si introduce attraverso interpretazioni non credenti delle grandi esperienze della vita: la libertà, l’affettività, il possesso. Che noi siamo chiamati a vivere secondo la pura logica della fede.

2. "Il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo". Colui che per primo avvertì la presenza del Signore, Giovanni, la segnalò esultando di gioia.

Se sappiamo accogliere la verità del Signore nella casa del nostro presbiterio, nella visita di Maria, esso "esulta di gioia".

Cari fratelli, non posso esimermi dal citarvi uno stupendo testo di S. Tommaso: "Ad amorem autem charitatis ex necessitate sequitur gaudium. Omnis enim amans gaudet ex conjunctione amati" [2,2, q.28, a.2, ad 3um]. È lo Spirito Santo il dono fatto ai credenti, ed il suo primo effetto è la carità. Essa causa necessariamente la gioia, perché unisce all’Amato, Cristo Gesù. Chi ama non può non essere nella gioia.

Cari fratelli, la peggiore malattia che possa insidiare il nostro sacerdozio è la tristezza del cuore, poiché essa isola, al contrario della gioia, e quindi minaccia in profondità il nostro presbiterio. Essa produce un certo disgusto per il ministero, e quindi minaccia in profondità la nostra missione.

Maria oggi ci visita: ci visita anche come causa nostrae laetitiae.

Abbiamo risposto alla Parola di Dio dicendo: "è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo". Nella casa di Elisabetta, tutti hanno visto questa bellezza ed hanno sperimentato questa dolcezza. Sia concessa questa visione e questa esperienza anche al nostro presbiterio.