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Primi Vespri della Solennità del Sacro Cuore
Basilica del Sacro Cuore, 18 giugno 2009


1. L’autore della lettera agli Efesini ci apre le porte dell’Anno sacerdotale. Anno di grazia, poiché in esso il Signore che ci ha chiamati, purificherà la nostra coscienza sacerdotale perché possa vivere in noi e noi in Lui. Ed infatti la lectio brevis appena proclamata ci rivela quale sia la dimora della nostra esistenza sacerdotale, il terreno in cui radicarsi e da cui trarre nutrimento, il fondamento su cui rimanere solidamente fondati: l’auto-donazione di Cristo alla Chiesa.

Cristo ha amato la Chiesa e ha donato se stesso per essa: è questo l’evento fondatore del nostro sacerdozio. Amore ed autodonazione sono inscindibilmente connessi. La verità, la serietà dell’amore di Cristo per la Chiesa è provata dal fatto che egli si è donato per essa. L’amore si è dimostrato nell’offerta che Cristo ha fatto per la Chiesa.

Possiamo solo accostarci cum timore et tremore al mistero che le divine parole ascoltate racchiudono, partendo dalla debole analogia dell’amore creato: non abbiamo altra strada.

Chi ama può donare ciò che ha: il suo tempo, il suo denaro, la sua competenza. Ma il dono dell’avere non esprime l’intera verità dell’amore, poiché lascia la persona di chi ama estranea al dono. Solo quando la persona dona se stessa, realizza la verità intera dell’amore. «Ha dato Se stesso», dice l’autore ispirato. E il “Se stesso” di cui si parla è una persona divina. La dimostrazione dell’amore non è “qualcosa di Dio”; è Lui stesso. Inoltre il dono di ciò che si ha è quantificabile, è misurabile: ammette un più e un meno. Il dono di sé non è quantificabile, non è misurabile: o uno dona se stesso o non dona se stesso. Non datur tertium. È Dio stesso che è donato all’uomo.

Cari fratelli sacerdoti, in forza della nostra ordinazione sacerdotale noi siamo stati piantati dentro al dono che Cristo ha fatto di se stesso per la Chiesa. Siamo il segno visibile di questa divino-umana autodonazione. Non ci apparteniamo più; non misuriamo più il dono secondo il metro di un’onesta professionalità: è la nostra persona che è stata donata da Cristo alla sua Chiesa.

È alla luce dell’amore e dell’auto-donazione di Cristo alla Chiesa che possiamo comprendere la ragione teologica del nostro celibato.

Configurati a Cristo Sposo della Chiesa, questa merita di essere amata dal sacerdote con amore fedele, totale ed esclusivo: come l’ha amata Cristo.

Abbiamo davanti a noi ora un intero anno per radicarci sempre più in questo grande mistero; per liberare la nostra coscienza sacerdotale da altre logiche che non siano quella dell’autodonazione alla Chiesa.

Ci risulta subito chiara allora la centralità della celebrazione eucaristica nella nostra vita sacerdotale. Essa è la chiave interpretativa unica di tutta la nostra esistenza; essa è la scuola, l’unica, in cui impariamo la scientia libertatis perché impariamo la scientia amoris.

Tocchiamo un punto nevralgico, forse il punto nevralgico della nostra vita, dal quale dipende in misura completa la nostra felicità: felicità indistruttibile anche nelle più grandi tribolazioni.

Non sono necessarie molte riflessioni per renderci conto che nella costruzione del nostro io concorre in maniera determinante la qualità e il contenuto della nostra auto-coscienza. La qualità: una forte auto-coscienza ci impedirà di essere condotti da altri/da altro. Di un auto-coscienza priva di qualità ci ha dato una descrizione insuperabile Manzoni nel primo capitolo de I promessi sposi quando presenta don Abbondio: una vita senza soggetto che la viva, senza un “io” che la gestisca. Ma è più importante il contenuto della propria autocoscienza: la sua costruzione. La costruzione dell’auto-coscienza coincide colla costruzione del proprio io.

La coscienza di sé nasce dal prendere coscienza della propria origine: del rapporto meglio colla propria origine. Pensate alla vocazione di Geremia; alla vocazione di Paolo; alla chiamata di Pietro: in quel momento Geremia, Paolo, Pietro hanno “visto” che cosa definiva il loro io. È stato l’incontro con l’origine che ha generato la loro auto-coscienza.

Essa poi è maturata attraverso l’impatto colla realtà: si leggano da questo punto di vista tutte le pagine autobiografiche di Geremia; si rilegga il Testamento di Paolo ad Efeso oppure la commovente pagina di 2Tim 4,6-8; si ripercorra tutta la commovente vicenda di Pietro nel Vangelo.

Proviamo ora a chiederci: che “ruolo” ha la celebrazione dell’Eucaristia nella costruzione del proprio io? Ho sempre più viva la convinzione che o l’io del pastore trova nella celebrazione eucaristica la sua radice permanente o è un io che poco o tanto vive nella menzogna e nel male.

2. La divine parole ispirate ci rivelano anche un altro aspetto dell’amore di Cristo per la Chiesa: Egli si è donato allo scopo di santificarla, e quindi per presentarla a se stesso come splendida sposa.

Il tempo non ci consente ora di meditare sul contenuto cristologico di quelle parole. Dobbiamo, presupponendo questo, ascoltare l’eco che esse fanno risuonare nella nostra coscienza sacerdotale.

Cari fratelli sacerdoti, nelle divine parole ispirate viene indicata la finalità ultima della nostra autodonazione alla Chiesa, e quindi l’orientamento del nostro ministero sacerdotale.

Il nostro ministero è in ordine alla santificazione della comunità. Come vi è ben noto la semantica biblica del termine “santificazione” non è dominata dal significato morale, ma da quello ontologico. La santificazione è il trasferimento dell’uomo nella sfera di Dio. S. Paolo scrivendo ai Romani lo dice in modo stupendo: «a causa della grazia che mi è stata concessa da parte di Dio di essere un ministro di Cristo Gesù tra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del Vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» [Rom 15,15-16]. La Bibbia di Gerusalemme commenta: “l’apostolato è una liturgia (cfr 1,9) in cui l’apostolo – più esattamente il Cristo per mezzo di lui – offre gli uomini a Dio”.

Cari fratelli sacerdoti, quanto lungamente, quanto profondamente dovremo meditare lungo l’Anno sacerdotale queste divine parole! L’Apostolo non fa che riecheggiare le parole di Gesù: «per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» [Gv 17,19].

La nostra predicazione del Vangelo ha lo scopo e la forza di strappare le persone dal mondo e trasferirle nella sfera di Dio.

Non cerchiamo di essere legittimati dal mondo nel nostro servizio apostolico. La nostra passione per l’uomo è la passione per la gloria di Dio: introdurre l’uomo nell’alleanza con Dio.

Il nostro ministero in Cristo è in ordine a presentare la nostra comunità a Cristo splendente di bellezza. Siamo rimandati al destino finale della Chiesa, a cui dobbiamo guidarla. S. Tommaso commenta il testo ora proclamato nel modo seguente: «et ideo sibi exhibet immaculatam, hic per gratiam, sed in futuro per gloriam». Noi esistiamo per introdurre l’uomo nella vita eterna: hic per gratiam, sed in futuro per gloriam.

La consapevolezza della nostra miseria, dell’inadeguatezza della nostra persona deve sempre accompagnarci: ma nel modo dovuto. Non in modo tale da ritagliare il nostro ministero sulla misura delle nostre capacità; non in modo tale da generare nel cuore quella tristezza che ci fa sembrare ai nostri occhi dei falliti. Ma nel modo che essa (consapevolezza) è sempre accompagnata dalla certezza di essere stati costituiti «ministri adatti di una Nuova Alleanza» dall’imposizione delle mani che ci ha dato lo Spirito.

Ecco, cari fratelli sacerdoti: iniziamo questo Anno sacerdotale accompagnati dai grandi santi pastori, in particolare dal santo parroco di Ars; dai sacerdoti santi che hanno reso glorioso il nostro presbiterio. Sia docile il nostro cuore perché Gesù che ci ha prediletti, grandi cose desidera compiere in mezzo a noi. Così sia.