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Festa di santa Clelia Barbieri
Le Budrie, 13 luglio 2009


1. Cari fratelli e sorelle, il Signore ci ha convocati per celebrare le lodi della sua grazia in Clelia. Quale opera ha compiuto in essa? Lo dice chiaramente il santo Vangelo: le è stato rivelato il mistero di Dio, che è mistero di amore. "Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare". Clelia è stata introdotta dentro a questo indicibile rapporto di mutua conoscenza fra il Padre ed il Figlio, e ne ha fatto la sua abituale dimora.

Il dono di questa divina rivelazione venne fatto a Clelia non per ragioni umane, a causa della sua posizione sociale o della sua cultura o di altro, ma al contrario a causa del fatto che ella mancava di tutto questo. Clelia apparteneva a quei "piccoli" di cui Gesù ci ha parlato nel santo Vangelo, ed è a loro che il Padre si compiace di svelare i suoi misteri: "hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli".

Cari fratelli e sorelle, pochi sono i luoghi in cui ci è dato, come nel luogo in cui ci troviamo, di vedere la logica intima del comportamento di Dio verso l’uomo: i segreti del regno, i tesori più grandi sono svelati e donati ai più piccoli. S. Paolo enuncia questa logica divina quando scrive ai cristiani di Corinto: "quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono" [1Cor 1,27-28].

Clelia allora ci insegna la vera misura della grandezza, della dignità della persona umana. La persona umana non è grande se, e nella misura in cui, viene stimata tale dal consenso sociale: se è grande davanti agli uomini. Non raramente, per altro, accade quanto dice il Salmo: "exaltantur sordes inter filios hominis".

La persona umana è grande in verità, se tale è agli occhi di Dio. Ed i criteri del giudizio divino capovolgono, come ci ha insegnato l’Apostolo, i criteri dei giudizi umani.

2. Clelia ha segnato anche per iscritto il giorno ed il momento in cui è stata come trafitta dalla divina rivelazione. Era il 31 gennaio 1869 dopo aver ricevuto l’Eucaristia in questa Chiesa. E Clelia rimase conquistata e come sequestrata per sempre da quella luce. Le parole del Cantico che abbiamo ascoltato nella prima lettura si sono realizzate in lei.

Ci aiuta ancora una volta a capire in profondità che cosa è accaduto fra Clelia ed il Signore in quel giorno di gennaio l’apostolo Paolo, quando scrive: "Dio che disse: rifulga la luce dalla tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo" [2Cor 4,6]. Clelia ha visto la gloria di Dio come rifulge sul volto di Cristo.

E come rifulge? Come amore che si dona nel prendersi cura dell’uomo. Avviene così l’incontro fra il mistero di Dio e la femminilità di Clelia. Benché giovanissima, ella era chiamata anche dai più anziani "la madre". Accogliendo l’amore, Clelia diventa capace di amare e feconda nella Chiesa, poiché nella Chiesa depone un nuovo carisma: il carisma delle Minime dell’Addolorata. Di questo carisma non cessa di godere in primo luogo la Chiesa di Bologna.

Cari fedeli, la vita di Celia nella sua brevità anagrafica ci aiuta a prendere coscienza di ciò che è centrale nella nostra vita cristiana, a guardare con occhi semplici la proposta cristiana. Essa, alla fine, si risolve interamente nel rapporto con Cristo, con la sua persona vivente nella Chiesa. La Chiesa è la nostra casa perché è solo in essa che è possibile incontrare Cristo Signore, unico nostro sommo bene. E questo è tutto.

Quest’anno la celebrazione liturgica di S. Clelia avviene agli inizi dell’Anno sacerdotale. Cari fedeli, mi rivolgo allora a voi, e concludo, colle parole rivolte da S. Gregorio Magno ad un suo amico Vescovo: "nella tempesta della vita, sostienimi colla tavola della tua preghiera; a causa del peso della mia miseria affondo: che la tua mano benevola mi salvi" [Regola Pastorale IV; SCh 382, 540].

Cari fratelli e sorelle, durante questo Anno sacerdotale la tavola della vostra preghiera sia la salvezza di noi sacerdoti, e così saremo portati da voi che noi portiamo verso il Cristo Signore.