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DOMENICA XIV PER ANNUM (C)
Ars, 3 luglio 2010

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1. "Ainsi, vous n’êtes plus étrangers, ui des émigrés". Cari fratelli e sorelle, l’autore della lettera agli Efesini descrive la condizione dei pagani – di chi non crede in Cristo – come una condizione di "stranieri", privi di cittadinanza; e di "immigrati", fuori dalla patria.

La metafora è di una potenza espressiva senza pari per indicare la condizione di chi non ha incontrato Dio: non un Dio qualsiasi, ma il Dio che ha parlato "molte volte e in vari modi per mezzo dei profeti" [Eb 1,1]; quel Dio che noi riconosciamo in Gesù morto e risorto.

L’uomo senza Dio è un uomo senza patria, straniero a se stesso e agli altri. Perché? perché fino a quando l’uomo non incontra il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo, non ha trovato la risposta adeguata al suo desiderio di verità, di bontà, di giustizia. In una parola: al suo desiderio di beatitudine.

In questa condizione, vedendo se stesso come una domanda alla quale non c’è risposta, o diventa un pellegrino senza meta oppure, trasformando la serietà della vita in farsa, degrada tutto ad esperimento.

Un pellegrino senza meta cessa di essere un pellegrino e diventa un girovago: un uomo privo di radici, privo di una casa in cui abitare; è appunto "uno straniero", privato di ogni appartenenza.

Ma non raramente oggi questa condizione viene vissuta in una sorta di "gaio nichilismo". Esso relativizza ogni assolutezza, non solo nel senso di un relativismo teorico, ma anche nel senso di una svilimento dell’assoluto [cfr. D. von Hildebrandt, Estetica, Bompiani, Milano 2006, pag. 246]. L’uomo diventa un casuale incidente o un imprevisto dell’evoluzione della materia. La solenne maestà dell’imperativo morale è degradata a convenzioni sociali; la splendente santità dell’amore coniugale è equiparato alle convivenze omosessuali; la fedeltà, che è il respiro dell’eternità nel tempo, è giudicata contraria alla libertà.

Ecco l’uomo che non ha incontrato Dio; l’uomo che ignora se esista una meta: dentro di sé il vuoto di senso, fuori il deserto dell’estraneità.

2. "Vous avez été intégrés dans la construction qui a pour fondation les apôtres etles prophètes, et Jesus Christ lui-mîme comme pierre maitresse".

La condizione dell’uomo è stata radicalmente mutata. Egli fa parte di una civitas sancta e della familia Dei. L’uomo è introdotto nuovamente nella comunione con Dio, e nella comunione con gli altri. È la Chiesa la patria dell’uomo salvato.

Ma il testo che stiamo meditando ha un’espressione che può suscitare meraviglia. L’autore dice che la nuova costruzione ha come fondamento gli apostoli e i profeti. Ma queste parole non contraddicono quanto l’apostolo Paolo scrive ai cristiani di Corinto? L’apostolo ha posto il fondamento: e il fondamento posto è Cristo [cfr. 1Cor 3,10ss].

Una riflessione più attenta mostra in realtà la profonda armonia tra i due testi; e ci introduce finalmente nella natura intima del ministero apostolico.

Mediante la predicazione del Vangelo della grazia, l’Apostolo ha posto il fondamento della nuova esistenza. Il fondamento è il Cristo annunciato [cfr. 2Cor 1,19]. Questo fondamento pertanto non può essere separato dall’apostolo e dal suo servizio apostolico.

Cristo è una presenza reale nel mondo mediante l’apostolo che lo annuncia; e non si accede a Cristo se non mediante la predicazione apostolica, poiché "la foi vient de la prédication et la prédication, c’est l’annonce de la parole du Christ" [Rom. 10.17]. Ecco, cari fratelli: la parola di Dio vi ha detto in quale grande mistero l’imposizione delle mani, che fra poco farò su di voi, vi introduce una volta per sempre.

3. Cari fratelli, quale è l’uomo che incontrerete mediante il vostro ministero? Un uomo che ha un immenso bisogno di ritrovare un terreno solido per il suo peregrinare; che ha un immenso bisogno di entrare nella comunione del Dio di Gesù Cristo. E questo è la ragione prima, il compito centrale del sacerdote: portare il Dio di Gesù Cristo a questo uomo.

Certamente, cari fratelli, dovrete parlare di molte cose ed interessarvi a tanti problemi dell’uomo. Ma in profondità l’unico argomento del vostro discorso apostolico è il Dio di Gesù Cristo, poiché il problema più drammatico dell’uomo occidentale è l’assenza di Dio; l’errore più grave che sta compiendo è di pensare che si può vivere "etsi Deus non daretur". La rifondazione della dimora vera dell’uomo, nella quale nessuno è straniero, è affidato da oggi anche a voi.

Ma questo comporta da parte vostra che siate in Cristo uomini di Dio [cfr. 1Tim 6,11] e con Dio. La vostra esistenza dovrà essere teocentrica: la vostra intelligenza, la vostra libertà, il vostro cuore.

È per questo che lo Spirito Santo vi ha donato il carisma della perfetta e perpetua verginità, che collegato profondamente al ministero apostolico, diventa vera e propria profezia della presenza di Dio nella vita umana. Cari fratelli e sorelle, quale grande dono lo Spirito ha fatto alla Chiesa donandole la verginità dei preti! Quanto è necessaria oggi questa testimonianza! Anche se non raramente è messa in discussione.

Il celibato è la testimonianza che il Dio di Gesù Cristo diventa una presenza totalmente reale nella vita di una persona, che essa fa di questa presenza la consistenza, la ragione unica della sua vita. È di questa presenza che l’uomo oggi ha bisogno, di una presenza testimoniata nella propria carne, per poter incontrare il Dio di Gesù Cristo.

Cari fratelli, da oggi possiate veramente dire con S. Francesco: Dio mio, e mio tutto. E con S. Teresa d’Avila: con Dio nel cuore non manca mai nulla: solo Dio basta. Così sia.