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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


TRENTATREESIMA DOMENICA PER ANNUM (del Ringraziamento)
Comacchio e Bologna
17 novembre 1996

Grandi sono gli insegnamenti che la parola di Dio oggi ci dona: non induriamo il cuore, ma ascoltiamoli con umile docilità. Siano essi poi ad illuminare, guidare il cammino della nostra vita.

1. Avete sentito la parola che Gesù ha inventato per illuminarci sul rapporto che esiste fra la nostra persona (la nostra vita) e Dio nostro creatore. La nostra vita è come un “capitale”, un “patrimonio” che ci è stato affidato in amministrazione. Fate bene attenzione: è il punto di partenza fondamentale per capire tutto ciò che il Signore ci sta insegnando. Nessuno di noi è padrone di se stesso: noi non apparteniamo a noi stessi, poiché siamo di proprietà di Dio. La vita che viviamo è dono che ci è stato fatto dal Signore. Ci è stata data appunto perché noi l’amministrassimo.
 Ora che cosa differenzia l’amministratore dal padrone? In primo luogo che l’amministratore deve fare fruttare il capitale ricevuto: non deve essere in perdita. In secondo luogo, e di conseguenza, che egli dovrà rendere conto della sua amministrazione a chi di dovere, dovrà sottoporre al giudizio la sua amministrazione, col rischio anche di essere mandato via, anzi - se l’amministrazione è stata scorretta - anche denunciato e punito.
 Vedete, fratelli e sorelle, la stessa cosa accade anche nel nostro rapporto col Signore: dobbiamo “far fruttare” (amministrare bene) quel capitale che è la nostra vita; verrà un momento in cui Dio nostro Signore ci chiamerà a rendere conto. Soffermiamoci un momento su questi due insegnamenti di Gesù.
 - Amministrare bene la propria vita. Che cosa significa? Spesso la parola di Dio ci richiama a questo, ci mette in guardia dal vivere invano, dal perdere o consumare la propria esistenza. Con tutto questo, essa ci richiama ad un’esistenza vissuta laboriosamente e non oziosamente, nella fedeltà semplice ed amorosa al conferimento del nostro dovere quotidiano, aderendo al bene ed odiando il male, sviluppando tutte quelle doti che il Signore ci ha donato. E voi, fratelli e sorelle coltivatori diretti, oggi siete venuti a celebrare la Santa Eucarestia precisamente per lodare il Signore coi frutti del vostro lavoro. Senza di voi, senza il vostro lavoro, l’Eucarestia non potrebbe essere celebrata.
 - Rendere conto della propria vita. Poiché la nostra vita non ci appartiene, viene il momento in cui ciascuno di noi sarà chiamato a renderne conto. Che cosa significa? Significa che noi saremo giudicati dal Signore. E’ una grande verità questa che oggi si cerca di censurare. Il momento della nostra morte non sarà la sparizione totale di tutta la nostra persona: una sorta di caduta nel niente eterno. Il momento della nostra morte è un incontro: un incontro di ciascuno di noi col Signore. Questo incontro ha il carattere di una “resa dei conti” fatta a chi ci ha dato la vita in amministrazione. Ci sarà chiesto come abbiamo vissuto e come ogni giudizio, può finire in due modi. O sentiremo dirci queste parole: “prendi parte alla gioia del tuo padrone”; oppure ci sentiremo dire queste parole terribili: “il servo fannullone gettatelo fuori”.
 Ecco, vedete qui è descritta tutta la nostra vicenda, tutta la nostra vita: il tempo che ci è stato donato è un tempo, per così dire, inter-medio. Esso cioè sta in mezzo fra il momento in cui la vita ci è stata donata ed il tempo in cui la vita ci sarà richiesta per il rendiconto finale.

2. Se allora siamo persone sagge, dovremmo preoccuparci di sapere quando sarà il momento in cui dovremo rendere conto della nostra vita. Quando sarà? A questa domanda sentite cosa risponde S. Paolo: “riguardo ai tempi ...
 Dunque. Il momento è a noi del tutto sconosciuto. Ed allora che cosa dobbiamo fare, quale attitudine assumere nei suoi confronti?
 Molti, la maggior parte degli uomini, ha assunto al riguardo la attitudine più stolta. Essi ragionano in questo modo: “poiché non sappiamo esattamente quando verrà quel momento, noi viviamo come se non venisse mai”. Ben diverso invece è l’atteggiamento dell’uomo saggio: “poiché non sappiamo esattamente quando verrà quel momento, viviamo come se ogni momento potesse essere l’ultimo”. Questa attitudine viene chiamata dalla parola di Dio, vigilanza. Ecco perché l’Apostolo ci dice: “restiamo svegli e siamo sobri”. Se adotteremo infatti questa attitudine, quel momento non giungerà come una sorpresa: era atteso.
 Del resto, ci insegna ancora l’Apostolo, noi non siamo nelle tenebre ... Già immersi, mediante il santo battesimo nella morte di Cristo, noi attendiamo la sua venuta e la beata speranza.
 Fratelli e sorelle coltivatori: voi siete più aiutati di altri a vivere così. voi sapete bene come tutto dipenda  dal Signore, in ragione stessa del vostro lavoro. Viviamo dunque nella consapevolezza serena che stiamo andando incontro al Signore: sì veramente “beato chi cammina nella legge del Signore”.