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Convegno "Materna Day"
Sala Farnese, 26 settembre 2009
Testo deregistrato non rivisto dall’autore


Ringrazio il signor Sindaco dell’ospitalità che ci ha dato per una iniziativa così importante per la società civile bolognese e che, come sappiamo, si compone di due momenti: il convegno di oggi e il festoso raduno che avrà luogo giovedì prossimo, 1 ottobre, nella nostra bellissima Piazza Maggiore.

Articolerò il mio intervento in due parti: nella prima mi propongo di definire il concetto di educazione e di chiarire la natura dell’impegno educativo della Chiesa; nella seconda risponderò alla domanda: "perché una Carta Formativa della scuola cattolica?".

I – Che cos’è l’educazione

"E poi che la sua mano alla mia puose / con lieto volto, ond’io mi confortai, / mi mise dentro a le segrete cose." (D. ALIGHIERI, Inferno, III, vv. 19-21).

Dante comincia così il viaggio che lo porta dalle profondità della tragedia umana fino alla suprema beatitudine dell’incontro con il volto di Dio. Una mano si è posta nella sua: questo lo ha confortato a iniziare un viaggio, e colui che ha posto la mano nella sua lo introduce "a le segrete cose", dentro al mistero. Questa è per me la migliore definizione che si possa dare dell’educazione, la più compiuta descrizione dell’atto educativo.

Questo è ciò che fanno ogni giorno i nostri insegnanti nelle scuole materne. Ciò che Virgilio ha fatto con Dante essi fanno ogni giorno, con ciascun bambino. Mettono la loro mano nella mano del bambino, con lieto volto (anche quando i bambini li fanno arrabbiare!), così che il bambino ne resta confortato, e lo introducono dentro al mistero della vita.

In questa situazione riconosciamo tre elementi fondamentali dell’atto educativo. 1) "Mi mise dentro a le segrete cose": educare è introdurre il bambino dentro la realtà, introdurlo cioè dentro alla vita, anche nei suoi aspetti più enigmatici. 2) "La sua mano alla mia puose": ciò accade attraverso un rapporto di profonda amicizia, di compagnia, di condivisione dello stesso destino, come ho scritto nella Carta Formativa. Mano nella mano: è la compagnia educativa. 3) "Ond’io mi confortai": il rapporto educativo è una compagnia che genera sicurezza nel bambino, in colui che è appena arrivato dentro questa realtà.

La Chiesa è sempre stata consapevole di avere una grande capacità educativa: questa consapevolezza emerge soprattutto nei grandi momenti di crisi delle civiltà. A questo proposito c’è un riferimento quasi d’obbligo, che si fa sempre perché risponde a verità: pensate alla grande proposta educativa di Benedetto da Norcia. Profondamente consapevole della propria capacità educativa, la Chiesa ha sentito il dovere di creare luoghi in cui questa capacità potesse essere messa a disposizione della persona umana. Uno di questi luoghi fondamentali, come dico nella Carta, è l’istituzione scolastica. Non a caso proprio qui, nella nostra città di Bologna, la Chiesa ha inventato l’Università.

La consapevolezza di saper educare e l’impegno a creare luoghi in cui questa capacità educativa fosse messa a disposizione delle persone hanno sempre accompagnato la Chiesa, che tuttavia non ha mai smesso di sentirsi, in quanto istituzione educativa, al servizio di un’altra istituzione della quale riconosce il primato nel campo dell’educazione: la famiglia. Mai la Chiesa ha pensato di sostituirsi alla famiglia. Un segno di rispetto per il ruolo educativo della famiglia è l’antichissima norma canonica, ancora vigente, che proibisce di dare il battesimo a un bambino se i genitori non lo richiedono esplicitamente.

La consapevolezza diventa particolarmente acuta, e l’impegno nel servizio si fa particolarmente urgente, quando si attraversano momenti di crisi. Noi oggi viviamo uno di questi momenti: stiamo infatti attraversando una crisi assolutamente unica, poiché sta accadendo un fatto che non era mai accaduto nella storia dell’Occidente. Si è interrotto e come spezzato il racconto della vita fra la generazione dei padri e la generazione dei figli. Dice il salmista rivolgendosi al Signore: "una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue meraviglie" (Sal 145, 4). C’è quindi una narrazione della vita che viene fatta dalla generazione dei padri alla generazione dei figli. Oggi è accaduta come una sorta di afasia: la generazione dei padri non è più capace, non si sente più in grado di continuare questa narrazione, con il risultato che la generazione dei figli si trova dispersa e disgregata in un deserto di senso che non ha precedenti nella storia dell’Occidente.

La consapevolezza di questa situazione pone alla Chiesa un dovere gravissimo: quello di fare oggi dell’educazione il suo primario, fondamentale impegno. Ne va della stessa vita della persona umana in questa condizione. Una fotografia di questa situazione si trova nel libro bianco La sfida educativa, presentato dal Comitato per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana alcuni giorni orsono. Il desiderio di mettere a vostra disposizione una Carta Formativa della scuola cattolica per l’infanzia nasce in questo contesto, come è brevemente accennato nel Proemio del documento. In fondo si tratta di un impegno che deriva dalla natura stessa della Chiesa, a prescindere dal tempo storico: ma oggi è reso drammaticamente urgente dalla spaccatura che è intervenuta, a livello educativo, tra la generazione dei padri e la generazione dei figli.

II – Perché una Carta Formativa della scuola cattolica dell’infanzia?

Perché una Carta Formativa? Prima di rispondere a questa domanda vorrei rivolgere a tutti un grande ringraziamento per il lavoro svolto in vista della stesura di questo documento. Sono rimasto molto colpito, durante una visita pastorale in una piccola parrocchia dell’Appennino nella quale c’è una scuola materna, dall’atteggiamento delle maestre, che mi hanno detto, senza che io chiedessi niente, "anche noi abbiamo partecipato, abbiamo collaborato con i nostri genitori per preparare la Carta Formativa". È stata davvero una partecipazione corale: il vostro presidente mi ha portato un materiale molto ricco e già ordinato molto bene, cosa che mi ha fatto risparmiare un bel po’ di tempo. Perciò posso dire in piena verità che questa Carta l’avete scritta voi più che l’Arcivescovo! Di questo vi sono molto grato.

Perché allora questa Carta? Esporne le ragioni fondamentali significa allo stesso tempo far comprendere qual è la vera natura di questo documento.

Primo motivo. In una situazione come la nostra, di grave incertezza, è necessario riacquistare coscienza e fare chiarezza intorno alle ragioni ultime del nostro impegno educativo, alla direzione che questo impegno educativo deve avere, alle qualità che devono avere le fondamentali relazioni che il rapporto educativo istituisce, in primis quella con il bambino, con la sua famiglia, con le autorità civili, con l’autorità religiosa che gestisce la scuola. In un momento di incertezza, la prima esigenza è fare chiarezza: deve essere chiaro cosa vuole dire educare, cosa vuole dire fare una proposta educativa cristiana, in che modo ci dobbiamo muovere all’interno di una proposta educativa cristiana, che qualità devono avere le fondamentali relazioni che la proposta educativa crea. Quindi, perché la Carta Formativa? Per un bisogno di chiarezza in un momento di confusione e di grande smarrimento.

Secondo motivo, non meno serio. In una società sempre meno monolitica e sempre più plurale come la nostra, in una società abitata ormai da tante visioni del mondo e della realtà non raramente in contrasto tra loro, una grave insidia può mettere in pericolo il rapporto educativo. Io denomino questa insidia "rinuncia al principio di autorità". È un’insidia davvero grave, perché nello stesso momento in cui l’educatore abdica alla sua autorità il rapporto educativo è finito. Autorità in un rapporto educativo significa che si fa una proposta chiara, che questa proposta viene fatta sulla base di una testimonianza data da un educatore, per cui alla fine chi viene educato è come attratto da questa proposta, non costretto, e quindi decide liberamente se accettarla o no. Abdicare al principio di autorità è dunque un grave pericolo. Quando succede, il risultato sarà o il permissivismo o il dispotismo. In ambedue i casi si generano schiavi, non persone libere. Ora, di fronte alla situazione descritta in precedenza, di pluralità, di divisioni che convivono dentro la nostra società, a volte si cerca di evitare il rischio della perdita di autorevolezza con il ricorso all’ideologia dell’universalismo astratto. Per spiegare il significato di questa espressione mi servirò di un esempio. Tu la pensi in un modo, Tizio la pensa in un altro modo, Caio la pensa in un modo contrario e Sempronio la pensa in un modo contrario al primo e al secondo. Dal momento che dobbiamo convivere, cerchiamo un "minimo comune denominatore" che tutti condividiamo, e per il resto ciascuno tiene per sé le sue differenze. Il problema è determinare che cosa è il "comune denominatore", che proprio per poter essere "comune" diventa sempre più ridotto (con un’acrobazia linguistica potrei dire sempre più "minimo"). Alla fine si rischia che, per trovare qualcosa di comune, ci si accontenti di affermazioni puramente formali. L’importante è che ci si rispetti, l’importante è la tolleranza: così ci accordiamo su affermazioni talmente generiche che diventano puramente formali. Il risultato è una costruzione, una proposta su cui uno non gioca la vita perché non sa cosa comporti per le sue scelte, per l’essere della sua persona: un insieme di affermazioni così generiche che non possono essere oggetto di una vera proposta educativa. In questo senso ho parlato di "universalismo astratto". Qual è invece la via giusta? Ciascun soggetto capace di fare una proposta educativa seria la faccia. E la faccia nella massima chiarezza. Solo così si costruisce una vera pluralità di proposte, che viene offerta alla libera scelta delle persone. Ma la libertà di scelta non può essere solo un’enunciazione di principio, deve essere resa possibile nei fatti o non si tratta di vera libertà. Di fronte alla pluralità delle proposte, chi ha il potere di educare fa la sua libera scelta: questa è la vera società plurale, nella quale chiunque può dare il suo apporto in campo educativo. Vedete che stiamo parlando di qualcosa di grandioso, di una visione di grande respiro. E, all’opposto, vedete che la teoria dell’universalismo astratto è un’ideologia che viene imposta ma che in ultima analisi è contro la vita, è contraria all’esperienza quotidiana del vivere umano.

Qual è allora la seconda ragione della Carta Formativa? Perché, in una società plurale come la nostra, questa è la proposta educativa per l’infanzia fatta dalla Chiesa di Bologna. Una proposta fatta attraverso quello strumento così importante che è la scuola dell’infanzia. Dunque, la Carta Formativa non è espressione di una volontà di dominio: al contrario, una vera pluralità di proposte esige che il progetto educativo della Chiesa in Bologna, per ciò che riguarda la scuola dell’infanzia, sia estremamente chiaro. Da questo punto di vista, sono fondamentali i primi 3 articoli della Carta, che vi prego di leggere attentamente, anche assieme ai vostri gestori.

Conclusione

Ho detto che cos’è l’educazione, definendola a partire dai versi di Dante; quindi ho risposto alla domanda: "perché una Carta Formativa della scuola cattolica?". Vorrei ora concludere con due brevi riflessioni.

Prima riflessione conclusiva. Questa Carta Formativa in un certo senso ha come destinatario le famiglie. In fondo la Chiesa dice a ciascuna famiglia: "vuoi essere aiutata da me Chiesa ad aiutare i tuoi bambini? Se sì, io lo farò in questo modo". La Carta è dunque un aiuto alle famiglie.

Seconda riflessione conclusiva. La Carta è un aiuto per gli insegnanti, che in essa trovano il quadro generale entro cui muoversi per iniziare il grande viaggio: mano nella mano, introdurre il bimbo "dentro a le segrete cose".

Un’ultima considerazione, di non minore importanza. Avrete notato un particolare: la Carta è stata firmata l’8 settembre. È una festa molto cara alla Chiesa e al popolo cristiano: la Natività di Maria, chiamata anche la festa di Maria Bambina. Ho volutamente apposto la mia firma nel pomeriggio dell’8 settembre, nel mio studio di Villa Revedin, perché volevo mettere tutti i bambini - dico proprio tutti, che frequentino o meno la scuola cattolica -, volevo mettere tutti i genitori e gli insegnanti sotto la protezione di Colei che ebbe l’incredibile compito: il compito di educare in umanità il Figlio stesso di Dio.