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FIDES et RATIO: un’introduzione generale
Ferrara 18 novembre 1999

01. La riflessione seguente ha lo scopo di dare una chiave di lettura della Enc. Fides et Ratio (FR), senza addentrarmi in nessuno dei problemi che il documento affronta. La mia è piuttosto una riflessione che cerca di evidenziare la "posizione" teoretica di fondo da cui nasce il documento pontificio. Una premessa almeno utile, presumo, se non necessaria alla lettura e meditazione personale.

02. Che un tale approccio sia significativo e per ogni credente e per chi insegna la religione cattolica, lo desumo dall’incipit stesso di FR: "La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità". E’ quindi esigenza di ogni persona umana credente di percorrere la strada che la porta alla "contemplazione della verità" sia con la ragione che con la fede. Se scopo dell’insegnamento della religione cattolica è di mostrare la ragionevolezza della fede, esso non è raggiungibile senza avere una visione chiara del rapporto fede-ragione.

03. La mia riflessione si articolerà nei seguenti punti. Dapprima cercheremo di mostrare come la fede esiga di essere compresa [fides quaerens intellectum – credo ut intelligam]; nel secondo punto cercheremo di mostrare come la ragione invochi la fede [intellectus quaerens fidem – intelligo ut credam]; nel terzo punto vedremo quali siano le insidie che insidiano il primo rapporto e quali il secondo; nella conclusione faremo alcune riflessioni sulla condizione dei ragazzi e dei giovani in ordine ai problemi affrontati nei tre punti in cui si scandisce la nostra riflessione.

  1. La fede esige di essere pensata.
  2. Nel vocabolario cristiano il termine "fede" può significare due realtà distinte: o "ciò che" la Rivelazione cristiana svela all’uomo [= fides quae creditur] oppure "ciò mediante cui" l’uomo dà il suo assenso a ciò che la Rivelazione svela [= fides qua creditur]. Fra i due significati esiste un rapporto di dipendenza dell’uno dall’altro. Da una parte la fede come virtù del soggetto che crede è esigita dalla Rivelazione: è l’unica risposta adeguata. Dall’altra parte la Rivelazione non è realmente fatta propria, assimilata personalmente dall’uomo se non mediante la fede: è condizionata storicamente dalla fede dell’uomo.

    Quando noi diciamo che "la fede esige di essere pensata", l’affermazione ha due significati fondamentali. Il primo: in ragione del suo contenuto stesso, la Rivelazione chiede, a chi l’accetta, di essere pensata; il secondo: è la natura stessa dell’assenso di fede che impone al credente di far divenire pensiero la sue fede. Rifletterò ora brevemente su ciascuno dei due significati suddetti.

    1.1. Leggendo attentamente la Cost. Dogm. Dei Verbum [in particolare il n° 2] noi sappiamo quale è il contenuto della Rivelazione. Dice il testo conciliare "piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura" (cfr. Ef 2,18; 2Pt 1,4)" [Ma tutto il n° 2 è da leggere attentamente].

    L’oggetto della Rivelazione è Dio stesso [Egli rivela Se stesso], in ordine alla comunicazione della sua stessa Vita all’uomo [per noi uomini e per la nostra salvezza, come dice il Simbolo Niceno-Costantinopolitano]. S. Tommaso esprime assai bene l’oggetto della Rivelazione: "fidei obiectum per se est id perquod homo beatus efficitur" (2,2, q. 2, a.5; cfr. anche art. 7 e q. 1,a.6, ad 1um e a.8).

    Se questo è l’oggetto della Rivelazione, è intrinseca ad esso la richiesta di essere pensato. Se infatti esso è Dio in quanto fine ultimo della vita umana, il fine ultimo della vita non può essere umanamente raggiunto se non è conosciuto. La modalità umana con cui la persona raggiunge lo scopo ultimo della sua vita è l’agire libero. Ora non c’è libertà dove non c’è esercizio della ragione: "finem… oportet esse praecognitum hominibus, qui suas intentiones et actiones debent ordinare in finem" (1, q.1, a.1).

    1,2. E’ la natura stessa dell’assenso, in cui consiste la fede, che spinge il credente a pensare ciò che ha creduto: a far divenire sempre più la sua fede fede che pensa, ed il suo credere intelligenza.

    La natura dell’assenso che è la fede [fides qua] è complessa. Mediante questo assenso, la persona umana si pone in rapporto con la persona di Cristo: non credo in qualcosa, credo in Qualcuno. Ma proprio a causa di questo atto di intero abbandono (cfr. Dei Verbum 5), il credente intende penetrare sempre più profondamente nella conoscenza della Persona cui si è affidato attraverso un ascolto sempre più intelligente di ogni Sua parola. "Poiché chi crede dona il suo assenso alla parola di qualcuno, ciò che appare come principale e come avente valore di fine in ogni atto di fede, è la persona alla parola della quale si dona la propria adesione; come secondario, le verità accettate dalla volontà di aderire alla persona" (2,2, q. 11, a.1). Dunque, pur essendo gerarchizzate, le due dimensioni dell’assenso di fede sono inscindibili: l’una non si dà senza l’altra. E pertanto la vera fede cristiana farebbe difetto sia a chi la riducesse ad un’ortodossia puramente formale, sia ad un decisionismo emotivo privo di contenuto razionale. Se il Cristo è il Verbo-Logos incarnato, la Verità stessa, nel cuore dell’adesione la più profondamente personale alla sua Persona dimora una dimensione che dobbiamo chiamare "intellettuale": un bisogno di essere "illuminati" da Chi dice di Sé di essere la Luce. E’ a partire da questo bisogno, per una necessità inerente alla nostra intelligenza, che la ragione credente elabora una comprensione sempre più profonda della realtà.

  3. La ragione invoca la fede
  4. La riflessione di questo momento della nostra meditazione è in fondo un commento ad un pensiero di Pascal: "L’ultimo atto della ragione sta nel riconoscere che vi è una infinità di cose che la sorpassano: essa non è che debole cosa, se non arriva a riconoscere questo. Ché se le cose naturali la sorpassano, cosa si dovrà dire di quelle soprannaturali?". E’ un testo concettualmente rigoroso.

    L’ammissione che esistano verità che superano la ragione è ancora un atto della ragione. Ed è un atto che la ragione fedele a se stessa fino in fondo, non può esimersi dal compiere. In quanto però "verità che superano la ragione", esse non possono essere raggiunte dalla ragione stessa. In questo senso ho parlato di "invocazione della ragione". Ma poiché si tratta di domande rivolte dalla ragione, se queste sono ascoltate, le risposte donate non potranno essere rifiutate senza che la ragione rinunci a se stessa, senza che la ragione limiti arbitrariamente (cioè appunto irragionevolmente) ed estingua la sua capacità di domande radicali.

    "L’uomo per natura ricerca la verità. Questa ricerca non è destinata solo alla conquista di verità parziali, fattuali o scientifiche; egli non cerca soltanto il vero bene per ognuna delle sue decisioni. La sua ricerca tende verso una verità ulteriore che sia in grado di spiegare il senso della vita; è perciò una ricerca che non può trovare esito se non nell’assoluto" (FR n°33).

    L’invocazione della fede nasce dalla ragione che domanda se esiste nell’uomo un diritto a sperare una pienezza di vita per sé e per ogni uomo, un significato ultimo all’intera storia umana, oppure se si tratta di "cieche speranze" (Eschilo).

    La risposta della fede genera nell’uomo una fiducia nella ragione ed un gusto della ricerca, poiché gli è già dato di gustare le primizie del definitivo.

  5. Le insidie al rapporto.

Il rapporto tra fede e ragione può dunque essere insidiato in ambedue le sue direzioni: nella direzione della fede che esige di essere pensata, e nella direzione della ragione che invoca la fede. Vediamo schematicamente come.

3,1. Nell’individuare il primo genere di insidie, teniamo presenti i due significati (cfr. sopra § 1).

[3,1,1]. E’ di importanza somma che non si oscuri mai in noi la visione esatta dell’oggetto della Rivelazione: di ciò che è rivelato. L’insidia più grave consiste nel "liberalismo religioso". Esso consiste nel ritenere che in ordine al culto che l’uomo deve a Dio, diciamo, che nell’ambito della religione, è secondario o perfino indifferente ciò che noi pensiamo di Dio; che, pertanto, la dottrina religiosa è secondaria e quindi alla fine, che l’una vale l’altra se "si vive bene". Non abbiamo il tempo per fare una diagnosi accurata di questa che è in molte persone, anche nel nostro popolo, la vera malattia mortale che ha ucciso in esse la fede cristiana.

[3,1,2]. Nel secondo significato, il rapporto fede-ragione è oggi insidiato o da una concezione "emotivista" della fede o da una riduzione della stessa ad un’ "etica senza verità". Per concezione emotivista della fede intendo la riduzione della fede ad un’attitudine spirituale priva di contenuti precisi; una fede che vuole essere vissuta [sperimentata] senza essere pensata. Dentro a questi progetti educativi si trova spesso, anche inconsapevolmente, un grave errore antropologico, l’affermazione del primato della volontà sulla ragione, sul quale ora non mi voglio soffermare,. Intendo qui "primato" nel senso che ha da Schelling in poi [cfr. Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà].

Per riduzione della fede ad "etica senza verità" intendo quella proposta cristiana nella quale si afferma la centralità di un impegno dell’uomo a favore di un universo di valori etici, ritenuti patrimonio comune di ogni uomo, prescindendo, si dice, dalle proprie convinzioni di fede. Una tale proposta toglie valore all’impegno della ragione credente a capire ciò che crede, a motivo di un giudizio di non significanza della verità di ciò che si crede in ordine alla salvezza dell’uomo.

3,2. Nella direzione della ragione che invoca la fede, l’insidia più grave, mortale sia per la fede sia per la ragione, è costituita dal nichilismo contemporaneo, sul quale non mi stanco di richiamare l’attenzione in quasi ogni mio intervento pubblico.

Per nichilismo intendo la negazione teoretica ed ora ormai ampiamente condivisa in un’inconsapevole pratica della propria vita, dell’originario orientamento del pensiero all’essere [tesi centrale del realismo] e la conseguente negazione della verità come adeguazione o conformità del pensiero all’essere. Negazione che ha come esisti finali, oggi pienamente verificabili: supremazia della volontà; dell’interpretare sull’apprendere-giudicare; scomparsa del "personale" a favore del "neutro".

Dentro una tale posizione la ragione ormai cessa di essere "egemonica" (nel senso di Aristotele) e diviene semplicemente "strumentale" a progetti semplicemente decisi (cfr. FR 90). E’ ovvio che ad una ragione cui sia negato l’originario "matrimonio" (Rosmini) coll’essere viene a mancare quella "passione che suscita l’interesse infinito per la propria eterna beatitudine" (S. Kierkegaard, Post-Scriptum alle briciole di filosofia). Si accontenta di navigare sempre a vista: o meglio di lasciarsi trasportare dove va la corrente.

Conclusione

Quei giovani, quei ragazzi che avete di fronte si trovano ad essere esposti ogni giorno alle insidie appena individuate. Ma è vero di ciascuno di essi: "nel più profondo del cuore dell’uomo è seminato il desiderio e la nostalgia di Dio" (FR 24).

La vera sfida insita in ogni rapporto educativo è precisamente questa: liberare nel cuore questa inesauribile energia costituita dalla domanda inestinguibile di senso. In una parola: generare un "io".

Sarebbe un errore educativo gravissimo il pensare di poter vincere questa sfida, accodandosi acriticamente alle insidie che cercano precisamente di impedire che quella generazione non accada (cfr. § 3).

E’ un lavoro di infinita pazienza che può partire solo dalla realtà di un incontro vero e proprio con l’educatore: l’io è sempre generato in e da un incontro. E dentro a questo incontro non avere paura di mostrare l’intima ragionevolezza, cioè la dimensione veritativa della proposta cristiana.