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«Il presbitero e il sacramento della Riconciliazione: riconciliato e riconciliatore»
Firenze, 5 maggio 2011


Quale sia il rapporto fra il presbitero ed il sacramento della Riconciliazione, è insegnato dalla fede della Chiesa: egli è il ministro del sacramento. Qual è il significato intimo di questa ministerialità?

Se leggiamo attentamente il CChC [n° 1461], esso descrive la natura di questa ministerialità come "il potere di perdonare tutti i peccati "nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo"".

Da questa descrizione derivano due verità: a) celebrando questo sacramento il presbitero agisce "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo"; b) l’azione che compie è il "perdono di tutti i peccati". La prima verità denota la natura generica di questa ministerialità; la seconda la natura specifica. Fermiamoci ora brevemente su ambedue: e questo sarà il primo punto della nostra riflessione.

1, a). Come già Agostino diceva per il battesimo, è Cristo stesso che per mezzo dello Spirito Santo compie l’azione sacramentale. È questa una verità di importanza fondamentale nella visione cattolica. Secondo essa [come anche secondo l’ortodossia] la proposta cristiana ha una struttura sacramentale. Che cosa significa questo?

Se si comprende che nulla può essere "sottratto al realismo della presenza di Cristo e della sua opera salvifica – a meno di non voler far diventare l’incarnazione un episodio – si comprende anche la fede della presenza reale di Cristo in forma di segno, di simbolo o di sacramento nella Chiesa" [I. Scheffczyk, Il mondo della fede cattolica. Verità e forma. VeP, Milano 2007, 130; ma è da leggere tutto da pag. 128 a pag. 153]. Scrive stupendamente S. Ambrogio: "Cristo, mi ti mostri non per enigmi come in uno specchio, ma a faccia a faccia; ti possiedo interamente nei tuoi sacramenti" [Le due apologie di Davide, in Opera Omnia V, Milano – Roma 1981, CN ed., 119]. Cristo agisce realmente nei sacramenti.

È vero quanto scrisse Divo Barsotti: "che cos’è la teologia, la Chiesa, l’azione pastorale dei vescovi, l’azione sociale e politica dei cattolici se non un puro inganno senza la presenza reale del Cristo nel mistero liturgico?" [Nel Figlio al Padre, L’Epos, Palermo 1990, 79-80].

Dentro alla visione della struttura sacramentale della proposta cristiana va collocata la ministerialità, la dimensione sacramentale del ministero ecclesiastico: "ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio" [1 Cor 4, 1]

Il Concilio Vaticano II ha ripreso molto chiaramente la verità della rappresentazione di Cristo nella persona del sacerdote [cfr. SC 33; LG 10; 28; PO 13; PO 2: speciali charactere signantur et sic Christo Sacerdoti configurantur, ita ut in persona Christi Capitis agere valeant]. Il significato profondo di questa verità di fede dipende ultimamente dal fatto che Cristo non è un puro ricordo, ma nella Chiesa Cristo è presente colla sua opera e la sua persona. Pertanto è logico che vi sia nella Chiesa, quando si compiono le attività fondamentali, un riferimento sostanziale alla sua persona. Riferimento che avviene nella forma simbolica sacramentale: vi sono uomini che "in persona Christi agere valent".

Nel momento in cui dico: "questo è il mio corpo; questo è il mio sangue"; nel momento in cui dico: "io ti assolvo…" avviene una vera e propria identificazione sacramentale con l’io di Cristo. Il mio io è come posseduto sacramentalmente dall’io di Cristo.

L’apostolo Paolo estende questa identificazione sacramentale anche all’esistenza del ministro di Cristo. Egli infatti scrive: "completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa" [Col 1, 24]. E sovente Paolo parla delle sue sofferenze apostoliche chiamandole sofferenze di Cristo.

1, b). Ciò che ho detto è vero di ogni sacramento: è la natura generica della ministerialità sacramentale. Ma noi stiamo meditando sulla identificazione sacramentale quale si dà nel sacramento della riconciliazione.

La natura specifica è racchiusa nel significato profondo delle parole: "io ti assolvo da tutti i tuoi peccati". È un’azione salvifica che Cristo compie mediante il suo ministro, che consiste nel perdono dei peccati: è un atto di misericordia in grado eminente.

L’identificazione sacramentale fra il mio io e l’io di Cristo avviene nell’atto in cui Cristo perdona questo uomo, questa donna. Nell’Eucaristia invece avviene col Cristo che dona Se stesso in sacrificio per la salvezza di tutti.

Per cogliere dunque il significato profondo dell’identificazione sacramentale di cui stiamo parlando, è necessario che riflettiamo brevemente sul grande mistero della misericordia di Dio in Cristo. Parlare di "grande mistero" non è retorica teologica. San Tommaso insegna che fra tutti gli attributi divini il "più divino" – quello che denota maggiormente la realtà divina – è la misericordia [cfr. 1, q. 21 a. 3]. Insegna inoltre che la giustificazione di un peccatore è un atto più grande dell’atto della creazione dell’universo [cfr. 1, 2, q. 113, a. 9]. Dedico dunque il secondo punto della mia riflessione ad una breve riflessione sul perdono.

2. C’è un testo di S. Ambrogio di singolare suggestione e profondità. Dice: "leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere a cui rimettere i peccati" [Exameron, dies VI, Ser IX, 10. 76; in Opera Omnia 1, CN ed., Milano –Roma 1979, 419: importante la nota di Mons. Inos Biffi].

Il significato profondo del testo è che Dio, decidendo di creare, ha voluto manifestarsi come Colui che è ricco di misericordia. L’atto creativo, come sappiamo, rivela il Creatore. Egli, per un disegno misterioso e mirabile, quando decide di creare, decide che esista un universo espressivo della sua misericordia come del suo attributo più distintivo, la cifra del suo mistero. Ciò accade perché ha creato un soggetto libero che può peccare: l’uomo. Creato l’uomo, per questa ragione Dio ha finito, e può riposarsi.

Ma il testo ambrosiano continua. E dice: "o forse già allora si preannunciò il mistero della futura passione del Signore, col quale si rivelò che Cristo avrebbe riposato nell’uomo, egli che predestinava a se stesso il riposo in un corpo umano per la redenzione dell’uomo". Il Cristo redentore dell’uomo è il primo pensato, il primo voluto: in Lui che rimette i peccati nella sua passione, l’universo raggiunge la sua pienezza, oltre la quale è impossibile andare.

"Notiamo che in questa concezione dell’uomo creato come colui al quale Cristo rimetterà i peccati nella passione, e progettato come il luogo dell’esercizio della sua misericordia divina [Ambrogio], pone le premesse per una visione unitaria del piano divino in questo concreto universo: l’uomo–Dio Redentore non è un contingente ed occasionale, sopravvenuto, ma il fine stesso della creazione" [I. Biffi, nota cit., 421].

La redenzione, più precisamente la remissione dei peccati, è la chiave interpretativa unitaria della realtà storica umana. La storia è una trama imbastita di due fili: la miseria morale dell’uomo, il peccato dell’uomo, la potenza del male e la misericordia di Dio; il perdono del Redentore, la forza dell’amore che espia.

Dentro al mistero della redenzione comprendiamo il mistero della Chiesa. "La Chiesa rimane nella sfera del mistero della redenzione, che è appunto diventato il principio fondamentale della sua vita e della sua missione" [Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 7, 4; EE 8/23]. La Chiesa è la presenza del mistero redentivo dentro la storia di ogni uomo e dell’umanità intera: se scomparisse la Chiesa, scomparirebbe la redenzione, il mondo e la storia sarebbero privati della loro stessa ragione d’essere.

Pertanto, "il compito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell’uomo, di indirizzare la coscienza e l’esperienza di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo, di aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la profondità della redenzione, che avviene in Cristo" [Enc. cit. 10, 3; EE 8/30].

Se pensiamo quanto detto nella prima parte sulla natura della ministerialità del presbitero unitamente a quanto detto in questa seconda parte, giungiamo alle seguenti conclusioni.

In forza della sua identificazione sacramentale ["io ti assolvo…"] con Cristo Redentore dell’uomo, il presbitero è colui mediante il quale la presenza del mistero nella Chiesa diventa operante. La profondità della redenzione che avviene in Cristo, incontra, mediante la ministerialità del presbitero, la profondità della miseria umana. La ministerialità del presbitero è la via attraverso la quale l’uomo, con tutta la sua incertezza ed inquietudine, ma soprattutto con la sua miseria morale, entra nel mistero redentivo; si appropria di tutta la potenza redentiva di Cristo, e ritrova se stesso [cfr. Enc. cit. 10, 1; EE 8/28].

Che cosa significa questo per il presbitero? È necessario riflettere sulla estensione esistenziale della identificazione sacramentale. Lo faremo nella terza ed ultima parte.

3. Quando parlo di "estensione esistenziale" intendo qualcosa di molto profondo che accade nel ministro della riconciliazione. Cercherò di spiegarmi come meglio posso.

Ciascuno di noi, ogni uomo, ha la coscienza di se stesso. Quale è la coscienza che abbiamo di noi stessi? quale è il contenuto della propria auto-coscienza? come ministro della redenzione dell’uomo o come qualcos’altro? oppure il mistero della redenzione non costituisce la coscienza di noi stessi? E qui tocchiamo il punto centrale, a mio giudizio, della nostra esistenza sacerdotale: l’identificazione della propria auto-coscienza con la propria missione. Cioè: non "faccio il prete", ma "sono un sacerdote e niente altro che un sacerdote". Quando parlo di "estensione esistenziale" intendo dunque questo: la questione della redenzione dell’uomo diventa la domanda centrale della vita, la chiave di volta del nostro pensare e del nostro agire.

A quali condizioni, come questa configurazione della nostra vita può realizzarsi? La formulazione completa del tema come mi è stato proposto, è esatta: riconciliato e riconciliatore. Ma dobbiamo pensarla sempre alla luce del mistero cristologico, più precisamente del mistero del "pro nobis".

Già nel Simbolo di Nicea sta al centro il "crucifixus pro nobis" e il "propter nostram salutem descendit de coelo". "Nel pro nobis si trova il nodo più intimo del gioco di insieme tra Dio e l’uomo, il centro della teodrammatica" [H.U. von Balthasar, Teodrammatica IV, Jaca Book, Milano 1986, 221; la riflessione immediatamente seguente è presa dalle pagine 222-223].

Il dono che Gesù fa di se stesso è presentato negli scritti neo-testamentari come uno scambio del posto. Pro nobis = al posto di noi. Egli viene ridotto a "peccato" [2 Cor 5, 11], a "maledizione" [Gal 3, 11]. È nella sua carne che viene condannata la nostra inimicizia ed il nostro peccato [Rom 8, 3]. È in forza di questo "prendere il posto di" che noi, prima già della nostra personale redenzione, siamo già stati visti e voluti dal Padre dentro l’atto redentivo del Cristo. [Rom 5, 18: i teologi la chiamano "redenzione oggettiva"]. Esprimere il "pro nobis" con "solidarietà coi peccatori" ne estingue molto la profondità e la forza.

Mi sia consentito di esprimere il "pro nobis" col seguente dialogo immaginario.

Dio: Io prendo il tuo posto perché tu possa prendere il mio posto, e sia distrutto il tuo peccato.
Uomo: Guarda, però, che io sono una carne di peccato, destinato alla morte, a discendere agli inferi.
Dio: Non importa. Io assumerò una carne di peccato, morirò della morte propria del peccatore nell’abbandono, scenderò perfino negli inferi.
Uomo: Ma perché, Signore, questa umiliazione così profonda?
Dio: Perché ciò che non assumo non è salvato.

Che cosa significa allora "riconciliato"? inserirci nel mistero cristologico del pro nobis; sederci a tavola coi peccatori. Ne derivano attitudini esistenziali coerenti: nel confessionale non accogliere mai con cuore duro, perché sei anche tu uno di loro; sapere ascoltare veramente, e non avere già pronta la risposta a tutto, prima ancora di avere ascoltato.

Ma inscrivere il pro nobis nella nostra ministerialità è un dovere etico solamente? Per la grazia di Cristo, no.

Nella vita del presbitero esiste un’altra identificazione sacramentale, quella eucaristica. Essa unisce a Cristo che dona Se stesso in sacrificio; il mio io in quel momento è l’io di Cristo che effonde il suo sangue per la remissione dei peccati. Unito a Cristo, in quel momento sono unito ad ogni uomo, ed in Cristo prendo su di me in una qualche misura i peccati del mondo.

Dobbiamo riflettere su un fatto. Tutti i grandi mistici del XX secolo hanno vissuto in sé il pro nobis cristologico in questo modo: Teresa del Bambino Gesù, Gemma Galgani, padre Pio da Pietrelcina, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II, Divo Barsotti. La coscienza di essere stati riconciliati li poneva in questa "compagnia coi peccatori". Il secolo in cui il male si è mostrato con una potenza inedita, si è infranto contro la Chiesa, nel mistero della "sopportazione" di quei grandi mistici.

Il nostro essere "riconciliati-riconciliatori" diventa fatto esistenziale e si unifica nel pro nobis cristologico: in Cristo, come Cristo ed in Cristo porto il mio ed il peccato del mondo [della mia diocesi, della mia città, della mia parrocchia (il curato d’Ars!)], ed in quanto ministro della riconciliazione divento riconciliatore. Facciamo forse un po’ fatica ad entrare in questa prospettiva, perché, purtroppo, manchiamo di una grande teologia della riparazione, e così il grande tema cristologico del pro nobis è andato progressivamente scivolando dal piano ontologico al piano etico, fino al capolinea della teologia della liberazione.

Vorrei concludere questo terzo punto della mia riflessione, facendone brevemente il riassunto.

Siamo partiti da una domanda: come l’identificazione sacramentale ["io ti assolvo…"] diventa un fatto esistenziale? Risposta: mediante la consapevolezza di essere e riconciliati [= peccatori perdonati] e riconciliatori [= ministri della redenzione].

Come nasce e si edifica questa consapevolezza? Risposta: immergendoci sempre più profondamente nel pro nobis cristologico mediante il sacramento eucaristico, celebrato – partecipato – adorato. Da chi possiamo essere guidati in questa grande immersione? Risposta: dai grandi mistici del XX secolo.

Ora dovrei declinare quanto detto finora sul piano etico, e descrivere il conseguente ethos del ministro della riconciliazione. Non rimane il tempo. Ma non è poi così difficile farlo. Vi consiglio la lettura della Praxis confessariorum di S. Alfonso. È un vero gioiello di "etica del confessore". [Ne esiste una traduzione italiana].

Concludo con la lettura di un testo stupendo di S. Ambrogio: La penitenza II, 73-77 [in Opera Omnia 17, 267-268].

"Ut condolere norimus peccantibus adfectu animi": è la perfetta realizzazione del pro nobis cristologico in noi; è la vera estensione dell’identificazione sacramentale alla propria esistenza sacerdotale.