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Esequie mons. Antonio Rivani
Cattedrale, 16 maggio 2009

Testi biblici:
Prima lettura: Ap 21,1-7 (pag. 618)
Vangelo: Gv 17,24-26 (pag. 674)


1. Cari fratelli e sorelle, Gesù l’ultima sera della sua vita terrena – come abbiamo sentito – ha rivolto al Padre un’intensa preghiera: "Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me perché contemplino la mia gloria". È sorgente di grande speranza il pensare che Gesù teneva presenti anche noi quando pregava il Padre con queste parole; anche noi siamo fra coloro che il Padre ha dato a Gesù. Siamo stati infatti attratti a lui dalla grazia, abbiamo creduto in Lui e siamo divenuti suoi discepoli.

Ma tutto questo è vero in modo particolare di ogni sacerdote. Ogni sacerdote è stato donato dal Padre al Cristo perché se ne servisse per la sua opera redentrice. E dunque mi piace pensare che anche il nostro fratello Antonio ora "sia con Gesù perché contempli la gloria" del Signore risorto.

La sua lunga esistenza sacerdotale – venne ordinato il 16 luglio 1938 dal Card. Nasalli Rocca di v.m. – fu infatti caratterizzata dal servizio nell’azione che più di ogni altra esprime la redenzione di Cristo: il ministero della riconciliazione nel confessionale.

Certamente, il nostro fratello ha svolto anche lungamente il ministero parrocchiale come parroco a S. Alberto dal 1946 al 1954, e poi ai Ss. Giuseppe ed Ignazio fino al 1962. Ma fu soprattutto assiduo al ministero della riconciliazione. Instancabile confessore in Cattedrale e presso il Seminario regionale, fino a quando età e salute glielo consentirono era quotidianamente presente per molte ore in confessionale. Molti fedeli hanno potuto usufruire della sua sapienza paterna, e molto lo ricordano proprio per questo servizio.

È una grave lezione che viene fatta principalmente a noi sacerdoti. Il S. Padre ha indetto un Anno sacerdotale per commemorare il 150.mo anniversario della morte del S. Curato d’Ars, il santo del confessionale.

2. Il libro dell’Apocalisse ci consente di gettare uno sguardo contemplativo dentro alla nostra dimora eterna. La preghiera sacerdotale di Gesù sostiene il nostro cammino; la pagina dell’Apocalisse ci fa intravedere la meta; la santa Liturgia ce ne dona come un anticipo.

Il Concilio Vaticano II insegna: "Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini … con tutte le schiere della milizia celeste cantiamo al Signore l’inno di gloria" [Sacrosanctum concilium 8; EV 1/13].

Questa verità tanto consolante illumina l’altra dimensione del sacerdozio del nostro fratello Antonio. Prefetto di Sagrestia di questa veneranda Chiesa metropolitana, ne animò i canti nelle solenni concelebrazioni. Egli fu docente di canto sacro al Seminario regionale dal giorno dell’ordinazione fino al 1963. Alla sua capacità artistica si debbono molti canti tutt’oggi in uso in molte Chiese a Bologna ed in Italia. E tutti noi siamo consapevoli che "la tradizione musicale di tutta la Chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore", dal momento che "il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne" [ibid. 112,2; EV1/201].

La preghiera della Chiesa è la stessa preghiera di Cristo con i suoi discepoli. Voglia il Signore Gesù in questo momento dire al Padre: "Padre voglio che anche questo mio amico che mi hai dato, sia con me dove sono io, perché contempli la mia gloria". Così sia.